AMERICA/COLOMBIA - “Non fate resistenza alla riconciliazione”: la consegna del Papa ai colombiani [12/09/17 05:31PM]   
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Bogotà – “Facciamo il primo passo” è stato il motto del viaggio apostolico in Colombia di Papa Francesco, appena concluso, a sostegno del processo di riconciliazione in corso nel Paese sconvolto da oltre 50 anni di guerra, e su questo tema è tornato a più riprese. “La riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta. Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e a ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto” ha sottolineato il Papa durante la Messa che ha presieduto l’8 settembre a Villavicencio. “Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri. Basta una persona buona perché ci sia speranza! E ognuno di noi può essere questa persona!”
Tuttavia riconciliarsi “non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti. Non è legittimare le ingiustizie personali o strutturali, il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia” ha evidenziato il Papa, specifidando che “ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento”. Nel corso della Messa, il Papa ha beatificato i colombiani Mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, Vescovo di Arauca, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos, martire di Armero, definendoli “espressione di un popolo che vuole uscire dal pantano della violenza e del rancore”.
Nel grande “Incontro per la Riconciliazione Nazionale”, sempre a Villavicencio, lo stesso giorno, con i rappresentanti delle vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri, riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 “assistette al massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa”, il Papa ha sottolineato: “Questa immagine ha un forte valore simbolico e spirituale. Guardandola contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni. Vedere Cristo così, mutilato e ferito, ci interpella… ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo; e anche ad insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore”.
Riferendosi alle testimonianze ascoltate poco prima, “storie di sofferenza e di amarezza, ma anche, e soprattutto, storie di amore e di perdono che ci parlano di vita e di speranza”, Papa Francesco ha esortato i colombiani: “non abbiate paura di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie. E’ ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. E’ l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno”.
Un invito ad “andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi”, è stato lanciato dal Papa durante la Messa all’Aeroporto “Enrique Olaya Herrera” di Medellín, il 9 settembre. Andare all’essenziale “è andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita”. Quindi ha incoraggiato a non temere il rinnovamento, in quanto “la Chiesa è sempre in rinnovamento”, per rispondere meglio alla chiamata del Signore. “E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace”. “Oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio, fame di dignità, perché sono stati spogliati” e Gesù chiede a noi, come fece coi suoi discepoli, di “mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere”. Infine ha rivolto un appello alla Chiesa in Colombia, chiamata “a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari,. Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì la giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano”.
L’ultima grande celebrazione eucaristica è stata presieduta dal Papa domenica 10 settembre nell’Area portuale del Contecar . Come ha ricordato nell’omelia, da 32 anni, Cartagena de Indias è in Colombia la sede dei diritti umani, perché qui “grazie al gruppo missionario formato dai sacerdoti gesuiti Pedro Claver y Corberó, Alonso de Sandoval e il fratello Nicolás González, accompagnati da molti figli della città di Cartegena de Indias nel secolo XVII, nacque la preoccupazione per alleviare la situazione degli oppressi dell’epoca, essenzialmente quella degli schiavi, per i quali reclamarono il rispetto e la libertà”.
Ispirandosi alla Parola di Dio della liturgia del giorno, il Papa ha ricordato: “In questi giorni ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere, e tuttavia queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse”.
Non bastano i quadri normativi e gli accordi istituzionali tra gruppi politici o economici per garantire la pace senza un incontro personale tra le parti che provochi la nascita di una vera “cultura di pace”. “Nessun processo collettivo ci dispensa dalla sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare – ha messo in guardia il Papa -. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare ‘a partire dal basso’ un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro… Nell’incontro tra di noi riscopriamo i nostri diritti, ricreiamo la vita perché torni ad essere autenticamente umana”.


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