AFRICA/ERITREA - Cliniche e scuole chiuse: il regime vieta le attività sociali cristiane [13/01/18 02:27AM]   
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Asmara - “In Eritrea, il regime ha iniziato a perseguitare le confessioni religiose e, in particolare, la Chiesa cattolica. L’obiettivo è chiaro: cercare di impedirne l’influenza sulla società: non vietando il culto, ma le attività sociali”. A lanciare l’allarme in un colloquio con l'Agenzia Fides è abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, da anni cappellano degli eritrei in Europa e attivo nel salvare i migranti in pericolo nel Mediterraneo. «Dal 1995 - spiega il religioso a Fides – nel paese è in vigore una legge in base alla quale lo Stato avoca a sé tutte le attività sociali. Queste ultime, quindi, non possono essere svolte da istituzioni private e neppure da quelle religiose. Finora la norma è stata applicata in modo blando e non ha intaccato seriamente la rete di servizi offerti da cristiani e musulmani. Negli ultimi mesi c’è però stata un’accelerazione».
I funzionari pubblici hanno decretato la chiusura di cinque cliniche cattoliche presenti in varie città. Ad Asmara è stato chiuso il seminario minore . Hanno dovuto serrare i battenti anche diverse scuole della Chiesa ortodossa e di organizzazioni musulmane. Proprio la chiusura di un istituto islamico, alla fine dell’ottobre scorso, ha scatenato le dure proteste degli studenti, represse poi nel sangue.
“Al di là del danno economico alle singole confessioni religiose - continua abba Mussie -, chi ci perde maggiormente è la popolazione che non ha più strutture serie ed efficienti alle quali rivolgersi. A Xorona, per esempio, hanno chiuso l’unico dispensario in funzione che era gestito da cattolici. A Dekemhare e a Mendefera, le autorità hanno proibito l’attività dei presidi medici cattolici affermando che erano un doppione di quelli statali. In realtà, le strutture pubbliche non funzionano: non hanno medicine, non possono operare perché non hanno attrezzature adatte e, spesso, neppure l’energia elettrica”.
Ma qual è la reazione della popolazione' “Ribellarsi non è facile” spiega il sacerdote. “La rivolta dei musulmani è stata fermata con le armi. E sono stati molti i morti e i feriti. Il mese scorso settemila giovani di leva si sono uniti e, insieme, hanno chiesto un incontro con il presidente Isayas Afeworki per denunciare le vessazioni dei loro ufficiali. Il presidente li ha ricevuti e li ha ascoltati. Al termine del colloqui i ragazzi sono stati portati in un campo di concentramento vicino a Nakfa e, per punizione, lasciati all’aperto, sotto il sole cocente, con pochissimo cibo e acqua. Molti sono deperiti e si sono ammalati. Dopo le proteste dei genitori, il regime ha detto che li spedirà nelle caserme a finire la naja. Ma in quali condizioni'”.



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